Tonino Delli Colli fa la parte dell’Inquisitore per difendere il ‘suo Accattone’, di Pasolini. Non ci posso credere

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Pia Di Marco
ROMA - Il ‘caso Accattone’ 2. Un incontro ravvicinato del terzo tipo con Pier Paolo Pasolini: è quanto è avvenuto nel numero 42 – settembre 2016 di “Diari di Cineclub”, pp. 67-68, “Restauri - Il caso Accattone”Pasolini, in una surreale (ma non meno reale) telefonata a una scrittrice appassionata di cinema, racconta la vicenda del film ‘Accattone’: “Una fotografia… ‘bella’,  l’aveva fatta Delli Colli.
Però era il trionfo dei grigi, niente contrasto, luci soffuse, roba da commediola, da salotto buono, compreso il famoso spottino sulle facce, che diventano lisce e rifinite come le porcellane del servizio della domenica. Poteva piacermi? No e poi no. 

- E allora? - chiedeva la scrittrice, disorientata. 

- E allora panico, rischiavo di dovermelo tenere così, il mio film, ma non era ACCATTONE… cioè non era più mio. A una proiezione di lavoro dove lascio appena trapelare le mie perplessità, ecco il direttore del ‘Luce’, Enzo Verzini, che ascolta, mi guarda e non dice una parola. Poi fa tutto da solo, prende il negativo, lo stampa… bene, diciamo, anzi benissimo, come piace ai borghesi con tutti i grigini di Delli Colli rispettati, ma poi (il dritto, o genio che sia) da questo positivo ricava un altro negativo, ma stavolta, contro tutte le usanze e i know-how correnti, contrastato fino alla follia”. La prima al  Barberini, nel Sessantuno, era una bomba, il film era quasi solarizzato, contrastato al massimo, niente volumi e torniture, la luce divorava ogni cosa, l’ombra era nera e dura, tutto sembrava disegnato dal Padreterno in persona. Poi, Delli Colli ha restaurato il film e gli ha restituito tutti i grigi d’ordinanza. La mia è stata una rivoluzione dimenticata, ignorata dal Potere. 

Leggo l’intervista su “Diari di Cineclub” giovedì primo settembre. Ieri notte, nella mia casella di posta elettronica trovo un messaggio pubblicitario con un documento allegato, lo apro, è il racconto di un fatto accaduto a Delli Colli. Però ha qualcosa di familiare… ma sì, è “La leggenda del Grande Inquisitore”, “I fratelli Karamazov”, Dostoevskij! Tonino Delli Colli  fa la parte dell’Inquisitore per difendere il ‘suo Accattone’. Non ci posso credere, questo è uno scoop per “Il Segno delle Donne”, mi dico, e inoltro l’allegato al Direttore…  

Spagna, Siviglia. Una di quelle notti soffocanti, umide, che non respiri, gente per strada, odore di cibo e sigarette. C’è una strana eccitazione intorno al set, il regista s’è ritirato chissà dove, Tonino Delli Colli, il fotografo, parla fitto con un operatore. Poi, anche Delli Colli sparisce, quelli della troupe si mescolano alla folla che preme da tutte le parti. 

Lui è là, in quella ressa di gente sovreccitata, jeans e maglietta come tanti, lo riconoscono subito, lo salutano,  Lo spingono, Lo portano a spalla davanti al sagrato della cattedrale, là c’è un ragazzo a terra, il motorino fracassato a poca distanza. “Mo sto bene”, sospira il ragazzo,  e muore. “Che succede?” dice uno, “Se sei tu, resuscitalo” grida una donna. Lui guarda tutti col suo sguardo buono, dolce, penetrante. In quel momento, s’avvicina una macchina, Delli Colli tira fuori la testa dal finestrino, aggrotta le sopracciglia, fa un cenno ai due uomini che lo accompagnano, questi s’aprono un varco tra la gente che li guarda come impietrita, s’avvicinano a Lui, Lo afferrano per le braccia, Lo spingono dentro l’auto che parte a tutta velocità.

Sono passate ore? Minuti? È ancora notte, l’alba non si vede. Lui, in ogni caso, non potrebbe vederla, è chiuso dentro una cantina tra bottiglie polverose. Non c’è neppure la corrente elettrica, buio pesto. 

A un certo punto, un rumore di passi, è Delli Colli, ha una candela in mano (con quella luce fioca sembra più vecchio, ha perso l’aria affabile, da signore perbene), posa il candeliere, accosta una cassetta di vini,  si siede di fronte a Lui.

“Così sei tornato? Non me l’aspettavo. O meglio, da te mi sono sempre aspettato di tutto. Però, che venissi a disturbare in piena notte il set …  t’aveva attirato la folla? I curiosi non mancano mai quando si gira, ah… ma dico a te queste cose. Tu ti mimetizzavi, volevi fare l’operaio come dite voi marxisti. “Niente gruppi quando giravo ‘Accattone’ in via Fanfulla da Lodi, nessuna organizzazione come si deve”. Ma come fai a dirle certe cazzate? Ci sono voluti fior di uomini e di quattrini per muovere i ‘bruti’ grandi come totem, sennò come li facevamo i ritratti eterni dei tuoi ragazzi di vita? Con la luce del sole? Come ti piace aggiustarti le cose. Insomma, sei tornato. E’ bastato che un pappone della malora si sfracellasse, uno famoso in questo quartiere (lo so, non chiedermi come lo so, sono mesi che giriamo qui a Siviglia) e tutti a credere al miracolo di ‘Accattone’  morto per farti tornare. E sei tornato, non c’è che dire… almeno ti fossi vestito come facevi di giorno, foulard e giacca. Ma siamo di notte, che sciocco sono. Di notte ti trasformi, diventi uno di borgata. E questi gridano al miracolo perché a quel pappone volevano bene e ti chiedono di resuscitarlo. Come se tu fossi Cristo. Ma poi perché il pappone dovrebbe resuscitare? Solo tu… solo tu… ah.. lasciamo perdere. Sei venuto per quella cosa che ho fatto? Sapevi che m’avresti trovato qua, sei venuto per me, non per loro. Hai visto che faccia ha ora il tuo ‘Accattone’, eh? Una scultura. Cristo! così lo dovevo fotografare, così l’ho fotografato. Non far finta di non capire, sto parlando del tuo film. E t’ho sentito, sai, che m’hai dato del borghese e del vendicativo parlando al telefono con quella tizia di “Diari di Cineclub”. E parli ancora di quel Verzini corrosivo: bestemmiatori, tu e lui. “Fare piazza pulita di mezzi toni e leziosità, solarizzare, contrastare al massimo”… io non so di che parli. E ti sei permesso di prenderti gioco di me. “Lo spottino da commediola”. Ma quelle facce sono stato io a costruirle con tutte le sfumature di grigio e tu e il tuo Verzini le avete ridotte a macchie.  La rivoluzione, eh? E come la facevate la vostra rivoluzione senza di me? Con chi ve la pigliavate? Avete bruciato i miei grigi, almeno avete avuto qualcosa da fare. E dimmi un po’, se la mia fotografia è da salotto borghese, allora perché non hai continuato con Verzini a bruciare tutto? Perché nel ‘Vangelo secondo Matteo’ ti sei tenuto la mia fotografia? Non rispondi? E dimmi, un film come ‘Un posto al sole’, con quei salotti che sanno di perbenismo americano, come l’avresti fotografato? Il cinema è fatto di regole sacrosante, tu le rompi… e poi? E guarda che io ho anche fatto l’impossibile per te, quando mi portavi sui dossi a fotografare tutto di sguincio, te lo ricordi? Era il ‘Vangelo’, Cristo lo volevi in corsa, lo volevi uomo, mentre Accattone lo volevi di fronte, lo volevi Cristo. Ah! ma io mi perdo se mi metto a pensare come te. Non dici niente? Mi guardi, che stupido sei. Marxista e stupido, che poi è la stessa cosa. Sbandieravi il marxismo cascando dentro alle parole, cercavi d’intimidirci tutti con la storia dell’arte, i trecentisti i manieristi e tutti gli ‘isti’ che ti passavano per la testa e quando non ne avevi più tiravi fuori quel tuo Roberto Longhi e le lezioni d’arte a Bologna, ma basta! E poi, caro il mio marxista, tu t’aspetti che il pubblico capisca il tuo messaggio eletto (il pubblico che t’interessa, che vuoi accogliere fra gli eletti, quello che applaude il tuo ‘Accattone’ alla Verzini, bianchi/neri). E  tutti gli altri? Quelli che  godono delle commediole? Che vogliono la strafiga con l’ombretta sul labbro superiore per via dello spot in macchina? Che ne fai di loro? Tu non sei  marxista, non sei comunista, non sei nemmeno un vero cristiano. Tu pretendi troppo da qui poveracci, vuoi farli liberi… di sciuparsi il cervello mentre non invocano altro che la pappa fatta, l’immagine facile. Ma sai che ti dico? Che il vero marxista sono io, il borghese che aveva fotografato ‘Accattone’ con le ombre morbide e il resto. Quello è il vero cinema che tutti - TUTTI, hai capito? - possono vedere in pace. Ma parla! Sì, mi sono vendicato. Anzi, no,  ho riportato l’ordine, ho lavato la bestemmia e riconsacrato il ‘mio Accattone’. Quando m’hanno dato l’incarico di restaurarlo ho tirato fuori la mia pellicola con tutti i grigi e i volumi e la tridimensionalità - e vienimi a dire che non è stata un’opera democratica, altamente democratica. Ora ‘Accattone’ la gente lo capisce, non dubitare, lo hai visto tu stesso, quegli scemi, stanotte,  hanno subito pensato al tuo eroe davanti al papponcello  sfracellato con la moto. E il merito di questo miracolo cinematografico non è tuo, ma mio - mio due volte, per quel che ho fatto allora, al Pigneto, nella tua sacra via Fanfulla da Lodi, e per quel che ho fatto dopo, eliminando lo scempio di Verzini. No, non muoverti, sennò chissà che altro… io ti farò bruciare come un eretico, dirò a quella gente là fuori che non li ami, non li hai mai amati, che ti volevi persino burlare di loro con le tue cose concettose. Ma che fai? Mi baci? Dopo tutto quello che t’ho detto? Ahhhhh, demonio! va via, vattene e non tornare mai più, il cinema non ha bisogno delle tue licenze poetiche, non sa che farsene”. 

Delli Colli si alza di scatto, apre la porta della cantina, solleva la candela finché Lui non sale la rampa di scale e apre la porta. Un gran chiasso invade per un attimo lo spazio buio dell’androne, poi un tonfo e lo scatto della serratura.

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