Chiamatemi Paola Riccora. Come una signora dell’alta borghesia napoletana diventò commediografa di successo

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NAPOLI - “Voglio una commedia, donna Paola!”. E’ Eduardo De Filippo, che nei suoi esordi pronuncia questa richiesta imperativa ad Emilia Vaglio, in arte Paola Riccora, anagramma del nome del marito Caro Capriolo, l’avvocato che creò la Siae per la Sicilia e il Mezzogiorno.
Parliamo del testo “Chiamatemi Paola Riccora. Come una signora dell’alta borghesia napoletana diventò commediografa di successo”  di  Mariagiovanna Grifi (critica teatrale e dottoressa di ricerca in Storia dello Spettacolo) edito da “Ilmondodisuk  ”.
Secondo un vecchio detto degli inizi del secolo scorso, a Napoli si ritornava celebri, ma non lo si diventava, eppure non fu così per la signora del teatro che con tre virtù “intelligenza, grazia e semplicità” scrisse per la scena sin dal 1916.
Una vita dedicata al teatro quella di questa autrice dimenticata, o forse soverchiata dallo scandalo di una donna che per lungo tempo non rivelò la sua identità alla stampa.
La narrazione è pensata, vissuta e rivissuta, amata e riscoperta con precisione,  eleganza e leggerezza, del resto in Grifi scorre lo stesso sangue della donna  che negli Anni Venti non si limitò a ridurre pochade per le compagnie partenopee, ma fu stimata e apprezzata su scala nazionale ed internazionale perché “aveva il dono di guardare oltre la sua realtà sociale”.
Se “Emilia era una donna dai principi solidi e sani, per lei rispetto, onestà e coerenza erano una bussola della vita”, anche la pronipote autrice di questo gioiellino letterario, si muove con correttezza tra personalità e fonti, con  oggettività e integrità propria di una storica che afferra i fatti dietro gli aneddoti.
Eppure, lo spaccato civile e sociale che ci arriva di un’epoca e di una Napoli schietta e crudele ben nota agli intenditori, non ci è proposto in modo scontato, siamo di fronte a un saggio narrativo che sa creare legami tra le generazioni attraverso squarci di vita concreta.
Merito di chi ha creduto in una giovane autrice, come  Donatella Gallone che ha investito sulle capacità di Grifi, compresa quella di prendere le distanze dal suo lavoro commosso e appassionato, cosa per nulla facile in un’opera prima in cui sono implicate le proprie discendenze affettive.
Come bene espresso da Giulio Baffi, durante la prima presentazione tenuta il 18 marzo 2016, presso la Società Napoletana di Storia Patria, al Maschio Angioino nell’ambito dell’evento promosso dalla Luetec, “La Memoria Ritrovata”, l’autrice ha lavorato “su un tessuto di sentimenti che gli appartiene, ha compiuto questo lavoro emozionato e poi l’ha dovuto raffreddare”. 
Testi teatrali inediti, poesie e fiabe di Emilia sono incrociati con eventi e ripercussioni della micro e mascrostoria, con la città borghese ma anche con quella viscerale, con gli atteggiamenti sociali emersi attraverso pezzi di giornali conservati in cassetti di famiglia. Una risorsa trasversale per comprendere meglio il ruolo del teatro fra le due guerre, dinamiche e temi di critica teatrale, per  scrutare meglio nella vita dei De Filippo, della Serao, di Viviani, di Pirandello. Centoventi pagine del primo grande nucleo di emancipazione femminile italiana, attraverso una scrittura delicata e scorrevole.

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