Laura Boldrini: alla Camera dei deputati sala dedicata alle donne: la prima sindaca, la prima deputata, la prima ministra

Laura Boldrini: alla Camera sala dedicata alle donne: la prima sindaca, la prima deputata, la prima ministra
Laura Boldrini
ROMA - Saluto introduttivo della presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, in occasione dell'iniziativa 'Stati Generali al femminile. Come cambia il potere grazie alle donne', promossa dall'ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) - Camera dei deputati, Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari. Buongiorno a tutte e a tutti, voglio ringraziare l'Anci e il presidente del Consiglio nazionale Enzo Bianco, per averci dato l'occasione di discutere di un tema così importante che, come sapete, mi sta molto a cuore: "Come cambia il potere grazie alle donne".
Ringrazio e saluto anche tutti gli altri relatori, la delegata Anci per le Pari Opportunità, Alessia De Paulis, e la presidente della commissione Simona Lembi, oltre alla statistica Linda Laura Sabadini che tanto si è spesa e continua a spendersi su questi temi, con un lavoro che abbiamo apprezzato.
Così come saluto tutte le altre, numerose, relatrici che interverranno oggi.
Il tema di cui oggi andiamo a discutere ci impone di fare un passo indietro, visto che siamo proprio nel 70esimo anniversario del voto alle donne. Vorrei tornare a quel 1946 che possiamo certamente considerare uno spartiacque, perché è da quella data in avanti che le donne in Italia vengono finalmente riconosciute come soggetto politico. Ecco perché, a mio giudizio, la battaglia per la conquista del voto rappresenta la madre di tutte le battaglie, perché segna un punto di non ritorno nel cammino di emancipazione e liberazione delle italiane. Italiane che fino a quel momento, soprattutto nel corso del ventennio fascista, erano considerate prevalentemente mogli e madri.
Le donne allora fecero battaglie che oggi non sono riconosciute a sufficienza. Le donne che ci portarono al voto sono state purtroppo dimenticate. Vi dico allora in anticipo che alla Camera faremo una sala dedicata alle donee: la prima donna sindaca, la prima donna deputata, la prima donna ministra. In questo Parlamento non c'è uno spazio dedicato al percorso femminile nelle istituzioni rappresentative. Ci sono busti e ritratti, tutti di uomini, ma non c'è la storia del percorso delle donne nelle istituzioni. Lo faremo proprio in occasione del settantesimo anniversario del voto alle donne.
Un cammino non facile quello delle donne e pieno di resistenze e ostacoli se si pensa che si deve aspettare il 1981 perché il Parlamento si decida a cancellare il 'delitto d'onore' e il 'matrimonio riparatore'. Ci pensate? Fino al 1981 un uomo poteva uccidere una donna, la moglie, ma anche la sorella, o la figlia, se la coglieva "in flagranza" in una situazione di intimità con un uomo, in un rapporto illegittimo. La condanna per l'omicida era ridotta a 3-7 anni, perché si teneva conto del fatto che l'uomo aveva agito per difendere 'l'onore'. Vi rendete conto?
Un principio analogo ispirava anche il 'matrimonio riparatore': un uomo poteva vedere estinto il reato di stupro di cui si era macchiato, se in un secondo momento sposava la donna che aveva violentato. Il matrimonio, riparatore appunto, eliminava il reato.
Tutto questo viene cancellato appena 35 anni fa! Ma avremmo dovuto aspettare altri 16 anni, cioè il 1996, perché lo stupro venisse considerato un reato contro la persona e non contro la morale.
Penso anche alla fatica che le donne italiane hanno dovuto fare per accedere a tutte le cariche, le professioni e gli impieghi pubblici, a cominciare dalla magistratura. La legge che ne consentì l'accesso, presentata da un gruppo di deputate, è del 1963. Legge che escluse esplicitamente ogni "limitazione di mansione e di svolgimento della carriera". Così pochi mesi dopo, nel maggio del '63, viene bandito il primo concorso in magistratura aperto alla partecipazione femminile. Fu vinto da otto donne. E sempre la stessa legge aprì la strada alle donne per la carriera prefettizia e diplomatica. E' del '90 la prima donna prefetta, del 2005 la prima ambasciatrice.
Molti indicatori ci dicono che il percorso delle donne per il loro pieno riconoscimento non è ancora terminato. Ma c'è qualche buona notizia, la presenza delle donne nei ruoli decisionali del Paese è sempre più tangibile. Voglio ricordarlo non a caso in questa sede, visto che quella attuale è la legislatura con il maggior numero di deputate: siamo il 30%, non era mai successo.
E ciò ci consegna una responsabilità in più nel porre al centro del dibattito le questioni di genere. Non possiamo passare come delle comete, non possiamo non lasciare un segno!
Ma in che modo stiamo esercitando questa responsabilità aggiuntiva? In questa legislatura, è innegabile, molte cose sono state fatte in questa direzione. Ad esempio ho voluto istituire per la prima volta, qui alla Camera, l'intergruppo donne che riunisce e fa dialogare oltre 100 deputate di tutti i gruppi politici con diversi scopi: dare una lettura di genere ai vari provvedimenti legislativi in discussione, o proporne di nuovi. Ma anche organizzare eventi, incontri e dibattiti sulle materie che riguardano le donne.
All'inizio di questa legislatura è stata ratificata all'unanimità la Convenzione di Istanbul, pietra miliare contro la violenza di genere. Convenzione che stabilisce fra l'altro un principio cardine: la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani e come tale va trattata.
L'influenza delle tante parlamentari si è sentita sempre a inizio legislatura con l'introduzione del cosiddetto decreto sul femminicidio. Un testo che ha anche ricevuto critiche, ma attraverso il quale sono state introdotte misure più restrittive contro lo stalking, il femminicidio, le lesioni e i maltrattamenti in famiglia. E' stata inoltre data una corsia preferenziale ai processi aventi come oggetto questi reati.
Perché elenco tutte queste misure? Proprio per dimostrare che laddove ci sono più donne, si avanza nel cammino per la loro tutela e per il loro riconoscimento. A dimostrazione del fatto che le donne, in politica, in Parlamento, ma anche in altri ambiti, non devono mai delegare le loro battaglie. Non devono mai rinunciare, ciascuna nel proprio campo, a rimuovere gli ostacoli incontrati sul percorso della loro carriera, facilitando il compito alle altre. Non dobbiamo essere contante di stare da sole, o in club di poche. E' provato che se le donne stesse si impegnano a questo scopo si va avanti, altrimenti non si procede nel cammino dell'eguaglianza. Questa generosità è necessaria.
Questo non significa che le donne non debbano essere sostenute. Sono assolutamente necessarie, ad esempio, politiche che incentivino l'occupazione femminile in un Paese come il nostro in cui lavora soltanto il 47% delle donne, contro una media del 60% tra gli Stati membri dell'Unione Europea . Dunque noi siamo sotto di ben 13 punti, non è cosa da poco.
Di certo è una situazione che il Paese non può più permettersi perché la mancanza di lavoro femminile, come dimostra un recente studio del Fondo monetario internazionale incide direttamente sul Pil.
Per la precisione lo studio dell'Fmi parla di gravi discriminazioni contro le donne nel mondo del lavoro, discriminazioni che avvengono in ben 90 Paesi sui 160 presi in considerazione.
In questo quadro la situazione dell'Italia è tutt'altro che incoraggiante: secondo l'Fmi se eliminassimo i gravi ostacoli al lavoro femminile attualmente esistenti il Pil crescerebbe di 15 punti percentuali. In altre parole abbiamo un 15% di Pil potenziale inespresso a causa delle discriminazioni contro le donne. Ma noi possiamo permetterci questo spreco?
Non sono incoraggianti neanche i dati sull'imprenditoria femminile: soltanto il 21,6% delle imprese vanta una donna al vertice!
A questo proposito, vorrei citare un'altra interessante ricerca del Fondo Monetario Internazionale con la quale si misura l'impatto femminile sulle performance delle aziende. Basata sull'analisi dei risultati finanziari di circa due milioni di aziende in tutta Europa, la ricerca fa emergere un nesso tra i risultati positivi delle singole imprese e la presenza di donne al vertice.
In altre parole le aziende in cui sono di più le donne che occupano posizioni "senior" hanno una redditività più alta. Per la precisione, per ogni donna che entra nel board, cioè nel consiglio di amministrazione, il profitto della società cresce di 8-13 punti base. Dunque più donne ci sono ai vertici delle aziende più aumentano gli utili societari e in ultima analisi, più cresce l'economia.
Dal mondo delle imprese a quello della politica e alla rappresentanza di genere. Sta cambiando o no la partecipazione femminile?
E' necessaria una premessa: io non sono una fan delle "quote rosa", perché penso che le donne abbiano tutti gli strumenti per competere senza nessun aiuto. Però guardiamo i numeri. Prendiamo ad esempio la legge elettorale del 2012, con la quale è stata introdotta la doppia preferenza di genere nelle elezioni dei consigli comunali.
Gli effetti sono chiari, anche se ancora parziali perché non in tutti i comuni si è ancora votato con il nuovo sistema. Malgrado ciò, dal 2012 al 2015 la presenza femminile nei comuni è aumentata del 38,8%.
Discorso a parte riguarda invece i sindaci, per la cui elezione non è possibile un intervento legislativo in termini di quote, essendo quella del sindaco un'elezione diretta. Ed infatti ancora oggi l'86% dei sindaci italiani sono uomini.
Diversa la situazione dei Consigli regionali. La legge sulla parità di genere infatti è di quest'anno, dunque non ci sono ancora dati sulla sua applicazione.
Tuttavia, già dalla scorsa tornata elettorale, quella del 2015, alcune Regioni avevano introdotto con legge regionale la doppia preferenza di genere. Ecco i risultati : su 917 consiglieri regionali, solo 155 sono donne, pari al 16,9%. Quindi meno di una su cinque.
Non è un dato confortante, ma due anni fa la percentuale era ancora più bassa, pari al 13,9%. Anche in questo caso dunque si può dire che la doppia preferenza di genere, laddove è stata applicata, qualcosa ha smosso.
E' quello dell'Emilia Romagna il Consiglio con il maggior numero di donne, comunque non oltre il 32%, e qui si è votato con la doppia preferenza di genere. Stessa cosa in Toscana (27%) e in Campania (25%). In Piemonte si è arrivati ad un 26% di presenza femminile pur senza gli "incentivi" della legge elettorale. Ma in altre Regioni come la Basilicata e la Calabria, l'assenza di una doppia preferenza di genere ha prodotto risultati molto preoccupanti: nessuna donna in Consiglio nel primo caso, una sola nel secondo.
Ecco allora perché a chi mi dice che le quote rosa sono una forzatura, io rispondo che avere un Consiglio Regionale senza nessuna donna è una forzatura ben più grave. Questo è assolutamente inaccettabile, perché in quella sede non viene rappresentata la metà della popolazione e non si possono ascoltare la voce e le idee delle donne.
E per chiudere, un ultimo accenno che si lega a questi e che non considero di minore importanza.
Abbiamo visto quanto faticoso sia il cammino delle donne nel nostro Paese, quanta strada ci sia ancora da fare. Mi chiedo allora perché si stenti a riconoscere la strada già fatta, ad esempio non declinando al femminile i ruoli e le cariche. Perché si dice tranquillamente la contadina o la maestra, ma si fatica a dire la sindaca, la ministra, l'avvocata, l'ingegnera.
E mi chiedo anche perché a opporsi ad un uso corretto del genere nel linguaggio, a volte, siano proprio le donne. "Non sono cose importanti", sento dire. Oppure "io questa cosa l'ho superata". E invece no! Non è forse importante il percorso che abbiamo fatto per arrivare a quelle posizioni? E se ci siamo arrivate, perché non dobbiamo affermarlo con orgoglio, utilizzando il genere femminile che ci appartiene? Perché ci si deve nascondere dietro il maschile, quando si raggiungono posizioni di vertice? Non lo capisco.
Declinare al femminile significa riconoscere il cammino che le donne hanno fatto, riconoscerle per quello che sono diventate. Dopo tutta questa fatica, ti arrendi e ti fai chiamare come un uomo? Se chiamo sindaco una donna, è come se le negassi questo risultato, il rivestire un ruolo che deve mantenere il genere maschile. Tanto più che anche la Crusca, che è la più alta istituzione linguistica del nostro Paese, ci dice che ogni ruolo va declinato e che non farlo è un errore grammaticale. Quindi vi esorto a rivendicare il vostro ruolo di donne sindache di consigliere, di assessore!
E proprio perché il rispetto di genere mi è dovuto, come è dovuto ad ogni donna, qui alla Camera - grazie all'ottima collaborazione con la Segretaria Generale (una donna, per la prima volta) - abbiamo fatto un'azione basilare, che sembra essere una rivoluzione: abbiamo emesso una circolare in cui si dice che in tutti gli atti parlamentari ci deve essere la declinazione di genere, così come ho chiesto ai deputati e alle deputate di usare, in Aula, un linguaggio rispettoso del genere. Perché io non sono "il signor Presidente". E se un deputato mi rivolge la parola come "signor Presidente", lui sarà "signora deputata". Fa ridere, lo so, ma fa ridere anche che io sia "signor Presidente".
Facciamo tutte una riflessione su questo. E' molto bello sentirsi dire sindaca, assessore, consigliera, ministra. Stabilisce un principio di uguaglianza, di parità, che verrebbe meno se accettassimo nei ruoli di vertice la mascolinizzazione.
Bisogna insomma riconoscere alle donne ciò che è delle donne. Tutto il loro percorso, tutto il nostro percorso. Anche perché l'eguaglianza sarà veramente tale quando tutte le donne riusciranno a raggiungerla. Non possiamo essere un'enclave fortunata. Abbiamo accanto a noi tre quarti di umanità femminile che non ha i diritti fondamentali: quelle donne che vivono spesso nelle nostre case e che noi non vediamo, che sono le icone dolorose del nostro tempo. Madri che lasciano i loro figli a casa per crescere i nostri. Noi dobbiamo combattere con loro per migliorare anche la loro condizione, sia nel nostro Paese che nel Paese di loro provenienza.
La strada è ancora lunga, ma è anche per le altre, per chi è rimasta più indietro, che bisogna continuare a battersi.

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